Che ruolo ha l’innovazione nel tuo lavoro quotidiano in Capgemini?

Per me l’innovazione è un modo di lavorare “quotidiano”: significa partire dai bisogni reali di business, tradurli in ipotesi concrete e testabili, e portare rapidamente evidenze (dati, prototipi, feedback) per guidare decisioni.

In ambito Life sciences la vivo soprattutto come innovazione responsabile: sperimentare (anche con AI/Gen AI) ma sempre con attenzione a governance, compliance e impatti sulle persone, così da trasformare idee promettenti in soluzioni concrete, adottabili e sostenibili.

Come collabori con colleghi di team e paesi diversi?

Lavoro spesso con team multidisciplinari e internazionali, quindi punto su tre cose: chiarezza di obiettivi e ruoli, rituali di allineamento, e collaborazione asincrona. In pratica: decisioni tracciate, materiali condivisi e “riusabili”, e una comunicazione che riduce ambiguità. Questo permette di accelerare l’esecuzione senza perdere qualità e coerenza.

Puoi raccontarci un progetto o un risultato di cui sei particolarmente orgoglioso?

Sono particolarmente orgoglioso di un progetto per un’azienda farmaceutica in cui abbiamo ridisegnato il modo in cui l’organizzazione governa l’innovazione: dalla strategia ai processi, fino alla cultura.

In un timeframe molto sfidante, abbiamo raccolto input tramite interviste, consolidato un quadro chiaro di priorità e leve di cambiamento (inclusa la Generative AI), e costruito un percorso pratico per passare dall’intenzione all’esecuzione.

La cosa più significativa è stata aiutare stakeholder diversi a convergere su un modello comune di governance e su un linguaggio condiviso, creando le basi per rendere l’innovazione più sistematica, misurabile e replicabile nel tempo.