Il percorso più diretto verso la sostenibilità è circolare

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L’economia circolare è un nuovo modello di business in contrasto al modello attuale, noto anche come “economia lineare”: una modalità ad alto consumo di risorse naturali ed energia, che produce rifiuti in grandi quantità durante tutto il ciclo di vita dei prodotti e servizi.

L’economia circolare consiste nel ridurre in modo significativo la material footprint delle aziende, dei prodotti e dei loro utenti attraverso 3 leve:

  • Riduzione della domanda di energia e materie prime nella fornitura, progettazione e utilizzo dei prodotti;
  • Riutilizzo dei prodotti massimizzando il loro uso attraverso servizi che promuovono il riutilizzo (ad esempio economia di funzionalità) e prolungando la durata del ciclo di vita dei prodotti (ad esempio riparazione, restauro, vendita di prodotti ricondizionati);
  • Riciclo dei prodotti, dei componenti e dei materiali per reinserirli nei percorsi di recupero dei rifiuti, limitandone lo smaltimento e i conseguenti impatti negativi sull’ambiente.

Oggi, circa il 9% dell’economia globale è circolare[1]. Una cifra relativamente bassa, considerando che 100 miliardi di tonnellate di materiali vengono estratti ogni anno.

In questo contesto l’Italia è un esempio virtuoso, con un tasso di utilizzo circolare di materia pari al 21,6% (fonte: Rapporto sull’Economia Circolare in Italia), in “pole position” rispetto a una media europea del 12,8%.

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I fattori che spingono le aziende a seguire il modello dell’economia circolare

Ogni azienda e settore ha diverse esigenze e opportunità per agire. Tuttavia, le condizioni attuali richiedono un’azione immediata.

Le principali esigenze che spingono le aziende italiane verso la transizione all’economia circolare sono: l’intolleranza del territorio a ogni forma di inquinamento, la mancanza di aree disponibili per lo smaltimento dei rifiuti, l’incremento della dipendenza del sistema produttivo italiano alle forniture di materie prime critiche (CRMs) e di componenti dall’estero, e l’esigenza di ridurre le emissioni di CO2 “Scope 3”.

Inoltre, le aziende hanno la responsabilità di trasformare le loro modalità di produzione e di utilizzo dei prodotti per soddisfare la sempre più crescente domanda di prodotti e servizi “green” da parte dei consumatori. La domanda della pubblica amministrazione in Italia – Green Public Procurement (GPP) – sta fortemente influenzando la presenza di circolarità nelle forniture privilegiando – attraverso i Criteri Ambientali Minimi (emanati n° 18 Decreti CAM) – l’acquisto di prodotti e servizi caratterizzati da soluzioni innovative nei materiali, nella progettazione dei prodotti e dei servizi che consentono la massima estensione della vita utile dei beni e il loro reinserimento nei cicli produttivi nella maniera più efficiente possibile, con minori sprechi e minori impatti ambientali.

La concorrenza si sta intensificando: interi settori, concorrenti storici e nuovi attori hanno già intrapreso iniziative di economia circolare. È quindi consigliabile ripensare le proprie attività su tutta la catena del valore perché c’è il rischio di perdere quote di mercato, oltre a non raggiungere i traguardi di sostenibilità climatica che sono stati comunicati agli stakeholder. Si stima che l’applicazione di modelli di business circolari può ridurre del 39%[2] le emissioni GHG globali.

A questo si aggiunge la questione dell’esaurimento delle risorse, un dato di fatto che ostacolerà le aziende nel creare valore economico dalle proprie attività nel medio e lungo periodo, sollevando quindi importanti questioni di sovranità delle forniture, come sta già accadendo in questo periodo a causa dei conflitti esistenti nelle aree di produzione delle materie prime e dei componenti elettronici. L’economia circolare può consentire di ridurre del 28% l’utilizzo di materie prime vergini attivando i circuiti di recupero dei materiali sotto il controllo delle aziende italiane, aumentando la resilienza della loro supply chain e limitandone il rischio di continuità di approvvigionamento e di fluttuazione dei prezzi.

In definitiva, l’economia circolare richiede un cambiamento di mentalità delle aziende sulla nozione di plusvalore del prodotto, che assume un nuovo significato con l’introduzione di modelli economici alternativi caratterizzati da:

  • transizione dalla vendita dei prodotti all’erogazione di servizi;
  • attivazione di catene di fornitura territorialmente limitrofe e controllate;
  • estensione della vita dei prodotti;
  • innovazione tecnologica per la creazione di valore dai materiali a fine vita.

Questo cambiamento è condiviso anche dagli organi politici nazionali che, attraverso l’allora Ministero della Transizione Ecologica (oggi Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica), hanno indicato la strada per lo sviluppo dell’economia circolare nel documento “Strategia nazionale per l’Economia Circolare – Linee Programmatiche per l’aggiornamento 30/09/2021”.

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Che cosa ci si aspetta dalle organizzazioni su questo tema?

Le imprese possono agevolare la transizione verso un modello di business circolare agendo su alcuni principi aziendali. In primo luogo, ci aspettiamo che incoraggino il cambiamento verso modelli di consumo responsabili, offrendo alternative non vincolanti per gli utenti in termini di costi, qualità, accessibilità e praticità d’uso.

Occorre anche ripensare il modello imprenditoriale attraverso la creazione di una “value chain” che non si limiti alla vendita del prodotto/servizio ma che valorizzi i materiali alla fine del loro uso attivando “close loop” sotto il suo controllo oppure “open loop” attraverso la creazione di ecosistemi aperti con partnership consolidate.

Tutto questo può avvenire modificando la gestione delle aziende in termini di governance, di consapevolezza interna e di rafforzamento del ruolo dell’ingegneria di prodotto nell’attuazione di una strategia aziendale funzionale all’economia circolare.

Le aziende devono anche investire in crescita delle competenze delle proprie strutture organizzative coinvolgendo diverse funzioni aziendali (ad esempio Ingegneria, Acquisti, Logistica, Qualità, Garanzia, Comunicazione) in percorsi formativi specifici in ambito di economia circolare. Inoltre, l’accesso alle capacità tecnologiche, infrastrutturali e digitali consentirebbe di abilitare i nuovi modelli di economia circolare su larga scala. A tal fine, il mondo della normazione tecnica in Italia ha definito le regole per la misurazione della circolarità di una organizzazione attraverso la specifica tecnica UNI/TS 11820.

Quali sono i campi d’azione e gli esempi di iniziative di economia circolare?

La nostra idea di Piano di Azione 2023 – 2025 per la transizione verso la circolarità delle organizzazioni si basa sui seguenti principi:

  • Approvvigionamento sostenibile sia nella scelta dei materiali, privilegiando i materiali provenienti da circuiti di recupero, sia nei progetti di reverse logistics;
  • Eco-design, comprese tutte le implicazioni sul ciclo di vita del prodotto in una logica di miglioramento in termini di disassemblaggio, riparabilità e riciclabilità;
  • Prolungamento della vita dei prodotti attraverso riparazione, ristrutturazione o rilavorazione e attivazione di piattaforme per la disponibilità di prodotti ricondizionati e materiali di recupero nel mercato;
  • Approccio al principio del Product-as-a-Service come economia funzionale, noleggio o leasing;
  • Innovazione tecnologica e di infrastrutture per il riciclaggio e recupero dei rifiuti;
  • Tracciabilità dei prodotti (Digital Product Passport) e loro virtualizzazione attraverso modelli digitali (Digital Twin);
  • Attivazione di partnership per la realizzazione dei cicli di circolarità (open loop/close loop) coinvolgendo attori differenti appartenenti al mondo della ricerca e sviluppo, della logistica, della finanza e della trasformazione.

Di seguito illustriamo tre emblematiche iniziative settoriali già attuate da grandi imprese:

  • Snam opera nell’economia circolare, attraverso la controllata Snam4Environment, attraverso la quale il gruppo sviluppa impianti di biometano da FORSU (frazione organica dei rifiuti solidi urbani) e da biomasse agricole e agroindustriali[3].
  • Per il Gruppo HERA quasi metà dei 2,5 miliardi di euro di investimenti a valore condiviso previsti entro il 2025 dal piano industriale saranno orientati a interventi in uno dei tre ambiti individuati dal Gruppo per la creazione di valore condiviso: “Rigenerare le risorse e chiudere il cerchio”. In tale ambito si inserisce l’economia circolare i cui investimenti mirano anche a intercettare le opportunità del PNRR.
  • Gridspertise ha investito in uno smart meter di nuova generazione caratterizzato da “circular by design”. Gli smart meter sono prodotti riutilizzando il materiale plastico recuperato dalla dismissione dei meter di prima generazione. Queste garantisce una riduzione delle emissioni di CO2 e un significativo risparmio di utilizzo di materie prime.

Si può essere ottimisti?

Sì, possiamo esserlo perché l’economia circolare stimola la creazione di nuovi business model che offrono benefici che vanno ben oltre quelli meramente ambientali. Infatti, il suo potenziale in termini di entrate è stimato a 10 miliardi di dollari nel 2030 (cioè una crescita dello 0,5% del PIL mondiale) e si prevede la creazione di 700.000 posti di lavoro legati a questo settore in Europa entro il 2030.

A tal fine il Governo Italiano, con il DL Semplificazioni di luglio 2020, ha identificato SACE come attuatore del Green New Deal italiano attraverso un nuovo programma di coperture beneficianti della garanzia della Repubblica Italiana dedicato a tutte le aziende italiane che intendano finanziare i propri progetti d’investimento green. I progetti devono rispondere anche ai criteri della tassonomia europea (DNSH), fra i quali è presente anche la transizione verso l’economia circolare. Da dicembre 2020 al 30 giugno 2022, SACE ha supportato 167 operazioni (di cui l’84% verso imprese mid-corporate e piccole imprese), per un importo finanziato pari a 5.277 milioni di euro e impegno garantito pari a 3.044 milioni di euro.

Stiamo quindi entrando in una fase di accelerazione. Le tecnologie sono ormai abbastanza mature per dare risultati rapidi e su larga scala ottimizzando le prestazioni dei prodotti (ad esempio modularità, tracciabilità, connettività, recuperabilità), delle operations (ad esempio automazione di processo/robotica, manutenzione preventiva, assistenza da remoto) e dei sistemi (ad esempio virtualizzazione, modellazione, gestione dei flussi e degli asset). Spetta alle aziende cogliere questa importante opportunità.

[1] The Circularity Gap Report 2022, Circle Economy
[2] Intelligent Industry: The Rise of Circularity, Capgemini Invent
[3] 5° Rapporto sull’economia circolare in Italia 2022, Circular Economy Network

Se vuoi saperne di più su questo tema e approfondire le soluzioni di sustainability offerte da Capgemini, contatta i nostri esperti e autori di questo articolo:

Autori

Cristina Juliani

Applied Innovation Director & Sustainability Lead, Capgemini in Italia

Augusto Peruzzi

Senior Solution Manager Expertise Center Sustainability & Climate Change, Capgemini Engineering in Italia

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